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La scrittura a mano libera, la memoria privata e il progetto RAMI – Iso400 | We love analog photos
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Iso400 Off

La scrittura a mano libera, la memoria privata e il progetto RAMI

Inauguriamo in quest’occasione una nuova categoria: “Iso400 Off”.
Non si parlerà a stretto giro di fotografia analogica ma di argomenti che ci possono piacere.
Per il varo lancerò una bottiglia di champagne sullo schermo del computer e vediamo come andrà a finire.

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Oggi si parla di scrittura a mano libera, di memorie private (familiari) e quindi del progetto RAMI: “Progetto per il recupero dell’archivio delle memorie familiari”.
Creatrice del nobile progetto è Sabrina Ramacci, grafologa e giornalista romana con la passione (e ossessione) per gli scritti abbandonati dalle persone.
Il cuore del progetto è il servizio di recupero delle memorie familiari attraverso la trascrizione e l’analisi dei vecchi (o antichi) carteggi appartenuti a familiari, conoscenti o semplicemente ai cari che questi carteggi ce li hanno lasciati in eredità. Ovviamente non si parla solo di carteggi a ma di diari, pe.zzi di carta, manoscritti e tutto ciò che ci può raccontare la storia e la vita quotidiana dei nostri avi.

Il progetto RAMI è anche laboratori per le scuole (primarie e secondarie) qui la scrittura a mano e le la memoria passata vengono mostrate ai bimbi e ragazzi.
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Foto dei laboratori con i bimbi delle scuole primarie
Foto dei laboratori con i bimbi delle scuole primarie
Incuriositi e desiderosi di conoscere abbiamo fatto un po’ di domande a Sabrina che è stata felice di risponderci.

– Cosa ti ha spinto a iscriverti alla scuola di Grafologia?

Al primo posto metterei la curiosità. Scrivere è la mia principale attività professionale, ma cosa c’è al di là del contenuto? Oltre le storie che raccontiamo? La grafia. L’atto stesso di scrivere è un’espressione creativa, nella forma, nell’estetica di ogni singola lettera. Volevo scoprire i legami tra la psiche che formula il pensiero e l’atto motorio che lo concretizza sulla pagina. Poi c’è anche un aspetto più pragmatico. Mi interessa lavorare nei tribunali come perito grafologo, come giornalista mi occupo di storia del crimine, quindi la scuola mi è parsa una buona strada da percorrere per approfondire questa mia ricerca. Inizialmente queste sono state le motivazioni, poi è nata l’idea di RAMI e le cose si stanno modificando. Diciamo che i miei studi mi hanno sostenuto, inaspettatamente, nella direzione di un percorso creativo che coltivavo da tempo, l’attività di perito è appena iniziata e non so bene dove porterà, il progetto RAMI è al momento ciò che mi impegna di più.

– Perché le vecchie lettere sono per noi illeggibili come grafia?

È importante fare una distinzione. Da un lato abbiamo la paleografia, ovvero la disciplina che studia la storia della scrittura, specialmente quella manoscritta. Si riferisce all’arte di leggere, interpretare e spiegare le scritture antiche e di saperne riconoscere l’autenticità. Vorrei precisare che io non sono una paleografa e ciò che trascrivo non è mai antecedente al 1900, quella che analizzo è la scrittura della nostra epoca. Il Secolo Breve è il nostro passato recente, mi ha sempre affascinato molto, quando studiavo Lettere, ad esempio, ho scelto un piano di studi completamente centrato sul Novecento, in ogni suo aspetto: storico, antropologico, artistico ecc. Per rispondere alla tua domanda, le vecchie lettere non sono illeggibili, siamo solo disabituati a farlo, quindi fatichiamo molto. La scrittura si evolve nel tempo, cambia insieme alla società, in passato si scriveva tanto, c’erano anche degli standard estetici da rispettare, in questo momento invece, nelle scuole è abbastanza comune l’uso dello script, dello stampatello. Il corsivo sta cadendo in disuso ma questo non significa che sia destinato a scomparire. La calligrafia, che è cosa diversa dalla grafologia, sta recuperando terreno. In ambito artistico, ad esempio, proprio in Italia abbiamo alcuni calligrafi apprezzati in tutto il mondo, penso a Luca Barcellona, fra tutti. Insomma, l’arte della bella scrittura è viva e vivace.

– Che emozione provi a decifrare quindi leggere gli scritti privati del passato?

È come entrare in una macchina del tempo. La prima forte emozione è puramente tattile e la provo quando sfoglio i diari, quando prendo in mano lettere o cartoline scritte un secolo fa. Lo spessore e l’odore della carta, il colore e le variazioni dell’inchiostro, questi elementi portano i segni tangibili del tempo trascorso. Dopo un po’ impari persino a capire a quale periodo appartengano, se prima della Seconda Guerra Mondiale, ad esempio, o agli anni Cinquanta, quando l’uso della stilografica è stato superato da quello della più comune penna a biro. Poi c’è l’emozione che provo quando trascrivo il contenuto, l’effetto macchina del tempo qui si fa più incisivo. Ti racconto un aneddoto. Tempo fa ho trascritto delle lettere, circa trenta, ritrovate in un mercatino. Il timbro postale ci porta a Fossola, una frazione di Carrara a due passi da Forte dei Marmi, da qui la signora Wally scrive alla sorella adottiva Gabriella che vive a Roma, nel quartiere di Montesacro. Siamo tra la prima e la seconda metà degli anni Cinquanta, come dimostrano le poche righe che accennano a un famoso caso di cronaca nera: il delitto di Wilma Montesi. Fossola 8 Febbraio 1957: «Cara sorellina, … Sabato con Sandro e la Silvana di Marina siamo stati in riva al mare. Come si stava bene. A me era venuta voglia di fare il pediluvio ma poi ho pensato che mi poteva accadere qualche cosa di misterioso come alla Montesi e allora ho rinunciato. A proposito: ogni sera, leggo ad alta voce il resoconto del processo allo zio e così mi guadagno 20 lire al giorno». Infine, c’è un terzo tipo di emozione, quella che provo immaginando le vite delle persone. Cosa è successo dopo quelle lettere? Cosa ne è stato della loro esistenza? Mi affeziono ai singoli autori degli scritti come fossero amici, parenti, persone che sono entrate nel mio quotidiano, nella cui vita mi sono immersa. La nostra memoria individuale, si trasforma in memoria collettiva. Questo è il cuore del mio progetto.

– Cosa si può capire dalla grafia di una persona?

Diciamo che questo è l’aspetto più controverso della grafologia. Anche quello più criticato di quella che molti considerano una pseudoscienza. Io stessa ho delle perplessità. Posso capire, grazie ai miei studi, se una firma sia autografa o apocrifa, ma comprendere, dal modo in cui una persona scrive, il suo carattere, la sua personalità, i pregi e i difetti, ecco, non mi sento di sbilanciarmi. Diciamo che è l’aspetto che meno mi interessa, per quanto sia consapevole che lo studio di migliaia di grafie abbia portato illustri studiosi a credere che sì, dalla grafia si può comprendere il carattere dello scrivente, personalmente continuo a pormi delle domande. Posso capire se una persona tenda alla sociopatia, ad esempio, ma poi ci sono le scelte morali ed etiche dell’individuo che cambiano l’attuazione di un determinato comportamento. È davvero un terreno complesso. Certo, ci sono elementi ricorrenti in una grafia, anche molto indicativi, ma la strada da percorrere è ancora lunga e temo tortuosa.

– Siamo tutti disabituati a scrivere a mano ma ci sono ancora appassionati che portano avanti questa battaglia?

In Italia c’è molto dibattito, così come in molti Paesi occidentali. La scrittura è una fondamentale forma di comunicazione che testimonia ciò che siamo in diverse fasi della nostra vita, questo è il presupposto. È interessante il progetto dell’Istituto Grafologico Internazionale Girolamo Moretti di Urbino che porta avanti la Campagna per il diritto di scrivere a mano, in collaborazione con l’American Handwriting Analysis Foundation. Inoltre, per quanto riguarda la conservazione delle memorie private, un grande lavoro lo sta facendo la Fondazione Diaristica Nazionale di Pieve Santo Stefano. Insomma, sì. La scrittura manuale è un diritto e come tale deve essere difeso.

– È vero che la scomparsa delle comunicazioni scritte come le lettere si accompagna con un’incapacità di andare nel profondo delle proprie questioni e una comunicazione solamente superficiale?

Assolutamente sì. La scrittura è un comportamento neurofisiologico. In pratica, un atto che collega psiche, muscolatura e sì, sentimento. Scrivendo esprimiamo delle emozioni, le esterniamo, le comprendiamo e le elaboriamo. Questo è anche l’assunto base dell’analisi grafologica di personalità, ma restando sul tema, queste emozioni attraverso la scrittura trovano un loro spazio nella vita reale attraverso l’atto fisico, digitare su una tastiera è diverso, molti studi dimostrano quanto non sia così catartico. Per questo è importante difendere la scrittura manuale, si può non essere d’accordo che la grafia sia l’esatta rappresentazione della nostra personalità, come abbiamo visto, ma di certo possiamo dire che è un atto unico, individuale e inimitabile.

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– Come reagiscono i bimbi delle elementari alla vista delle lettere o comunque durante i laboratori?

In modo entusiasta. Al momento ho tenuto laboratori con bambini dai 9 ai 13 anni, quindi scuole medie ed elementari. In futuro mi auguro di poterli organizzare anche con ragazzi più grandi. I laboratori si dividono in due parti: la prima in cui mostro i materiali d’archivio, la seconda in cui li invito a scrivere lettere che poi andremo a commentare, non tanto nei contenuti quanto come resoconto di un’esperienza, delle emozioni provate. I ragazzi mostrano la loro curiosità quando faccio vedere loro i materiali d’archivio, si stupiscono di come sia cambiato il modo di comunicare e, attraverso i contenuti dei documenti, facciamo anche un gioco antropologico sulla vita quotidiana. Cosa si mangiava? Come ci si vestiva? Dove si andava in vacanza? E così via. È importante tenere presente che la maggior parte di loro è disabituata a scrivere nel privato. In pochi tengono i diari, pochissimi scrivono cartoline, ancor meno lettere. Mi ha colpito come alcuni bambini abbiano deciso di scrivere, senza alcuna mia indicazione, a parenti defunti. Una bambina di quarta elementare mi ha detto: «È stato doloroso scrivere a mio zio che non c’è più, ma ho capito delle cose che avevo dentro». Sono momenti importanti, per me e per loro. Qualcuno arriva persino a piangere e allora gli dico che è giusto, che è bello che stia accadendo. I contenuti delle lettere li leggiamo insieme solo se loro desiderano farlo, questo perché voglio che comprendano l’intimità della scrittura. Così come è importante trasmettergli il tema della lentezza, del tempo che è necessario far passare quando si comunica con l’altro, o il tema della conservazione del ricordo, fargli capire che persino il più importante messaggio su Facebook un giorno sparirà, ma una lettera potranno conservarla anche per tutta la vita. I mezzi digitali ci portano ad agire con grande velocità, le emozioni si trasmettono sulla tastiera e non hanno tempo di depositarsi nel cuore, la scrittura manuale necessita tempo, riflessione. È un atto prezioso.

– Tu scrivi ancora lettere o comunque scrivi abitualmente a mano?

Dipende da cosa devo scrivere. Se sto lavorando uso la tastiera, se devo scrivere per me stessa, allora rigorosamente carta e penna. Anche se spesso si tratta solo di appunti, di idee che saltellano di pagina in pagina. Comunque sì, scrivo lettere e cartoline. Ho scatole piene del mio passato. Personalmente mi è utile anche per fare un lavoro di analisi su me stessa, sul mio vissuto.

– Hai anche fotografie insieme ai pe.zzi di passato che collezioni?

Se da un robivecchi trovo foto e lettere tendo a prendere anche le foto, ma spesso dipende anche dai costi. Potessi, prenderei di tutto! Quando ho iniziato questo progetto mi limitavo a raccogliere memorie abbandonate in strada e ti assicuro che si trovano le cose più disparate: foto, pe.zzi di lettere strappate, post-it, documenti. La strada è una miniera di ricordi abbandonati.

– Per caso scatti fotografie analogiche?

Mea culpa, mea culpa. No, purtroppo no. Lo facevo in passato. Adesso ho ceduto alla comodità e alla semplicità di una reflex digitale. La fotografia analogica è pura poesia, ma bisogna saper leggere la luce. Io preferisco leggere tra i segni dell’inchiostro.

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Tutte le immagini sono di proprietà di Sabrina Ramacci e del progetto RAMI.

Alessandro Lannocca

Nasce a Saluzzo ma ora vive un po' a Polonghera ma spesso è a Torino. Incontra la fotografia analogica in uno splendido corso durante l’inverno del 2008 passato a Madrid (in Erasmus) col prof. Guillermo, in cui ha l’occasione di sperimentare pellicole, liquidi ed ingranditori. Da allora scatta, stampa, scrive.

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