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Beatrice Migliorati. On the Road to Somewhere

È la volta di Beatrice Migliorati e del suo progetto “On the Road to Somewhere”.

Parlaci un po’ di te.
Nel mondo civile risulto essere una studentessa non troppo diligente di filosofia, con una frangetta molto corta che casca sulla fronte e due puntini sotto gli occhi. Vivo in una città dai colori caldi: Bologna, ma provengo da una landa dai colori freddi e sbiaditi: la Pianura Padana.
Intimamente: mi capita raramente di pensare al passato, almeno al mio; parlo di processi esperienziali attraverso termini come “sedimentare”, “stratificare”, “cicatrizzare”. Mi lascio affascinare dalle coincidenze, invadere dall’altro da me, accarezzare dalla luce, dal vento e dalla poesia. Mi chiedo spesso cosa siano le parole quando gli occhi scavano e le mani dichiarano amore.

Perché hai scelto la fotografia analogica?
Probabilmente è stato il supporto a direzionarmi alla fotografia analogica: voglio sapere che quelle immagini occupano spazio fisico nel mondo – hanno materia, sostanza.

Poi mi sono innamorata di quelle che sono state le conseguenze dello scattare in analogico: sono costretta a prestare maggiore attenzione ad ogni elemento che compone lo scatto, ho imparato ad essere paziente ma soprattutto a saper rinunciare.

Ogni scatto è un rituale catartico: mirino, messa a fuoco, controllo esposizione, caricamento pellicola, composizione, messa a fuoco, ricontrollo esposizione, scatto, rilassamento muscolare. È un processo che ha un inizio e una fine ben precisa, delimitata nel tempo dell’azione e nello spazio della pellicola.

Parlaci del tuo progetto “On the Road to Somewhere”.
On the Road to Somewhere è fenomenologia della mia generazione, dei rapporti labili e pronti o forse destinati a spezzarsi, è fenomenologia della velocità e della facilità di iniziare, porre fine e ricominciare daccapo. Questa indagine fotografica cerca di riportare la ricerca identitaria che oscilla tra due poli contrapposti: partire – essere cittadini del mondo, sentendosi liberi – oppure rimanere – definirsi attraverso il luogo, radicandosi.

On the Road to Somewhere è il ritratto del conflitto che non arriva mai al dunque e che si riversa sempre nel suo opposto, senza posa, mentre intanto balliamo leggiadri nella notte cercando di non fermarci. È un persistente mettere in dubbio, correre per stare fermi.

On the Road to Somewhere è stordirsi per scordarsi le domande di cui non abbiamo risposta, senza punti di riferimento né soldi per il taxi. È un aborto intellettuale, è un costante fuggire nascondendosi dietro la libertà, un perdersi nei liquidi e scivolare via, in un panta rei che diviene imposizione e non più scelta.

Quali sono le tue macchine fotografiche e che pellicole utilizzi?
Macchine e pellicole vanno e vengono per me. A rotazione utilizzo: Nikon FM, Nikon FG20, Olympus Mju II, Olympus XA2 con svariate pellicole, dai Portra all’Ilford, passando da Colorplus, Gold e Ultramax.

Hai un fotografo preferito?
Devo moltissimo, indubbiamente, a Wolfgang Tillmans, il quale mi fece conoscere la fotografia nel termini in cui la stavo cercando.

La fotografia che ti piacerebbe fare.
Probabilmente la fotografia che non potrò mai fare: un autoritratto comprensivo e veritiero.

Una foto deve…
Sarà buffo, ma non ragiono quasi mai in questi termini oggettuali. La fotografia è per me gesto, è azione, è un fare, una relazione con l’esterno, un ponte tra me e l’altro da me – nonostante suoni piuttosto paradossale quando si pensa al fatto che bisogni frapporre un oggetto meccanico tra soggetto e mondo per poterlo sentire meglio.

Se dovessi ritrovarmi a pensare alla fotografia come oggetto, vorrei che fosse uno squarcio sul mondo emotivo di chi guarda, vorrei avesse la capacità di sradicarti dal luogo fisico in cui ti trovi, di farti dimenticare di te stesso e farti immergere nell’esatto momento fotografato, come se lo stessi vivendo, in prima persona, in maniera epifanica.

Sei lì, con amici, ad un barbeque estivo; Luca è a dorso nudo davanti alle braci, il sole è caldo e sta calando, si passa il dorso della mano sulla fronte – ha i capelli appiccicati alla nuca e piccole gocce madreperlate di sudore sulla schiena.
Ecco, una fotografia dovrebbe farti vivere un’altra vita, istantaneamente e istintivamente, creare un turbine di emozioni volitive di partecipazione. Per un istante, conosci Luca.

Sito web: flickr/beatricemigliorati | instagram.com/beatrice.migliorati
 

Alessandro Pancosta

Ho superato già da qualche anno i 30 anni, sono un freelance graphic designer. Dopo 9 anni passati a Torino sono tornato a vivere in Puglia, in provincia di Brindisi, nel mio amato Salento. Mi sono avvicinato alla fotografia circa 6 anni fa, ma da 3 anni scatto prevalentemente in analogico.

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