Fotografando

The Sprocket Rocket Tales. Parte Terza

“Il padrino” parte terza era un film demmerda, diciamocelo e diciamolo.
Se potete farlo guardate i primi due e poi smettete.

La mia terza parte dei rullini con l’ormai famosa macchinetta panoramica è la parte migliore, almeno per me.

Queste foto sono racconti emozionanti, mi ricordano tante cose, raccontano e potrei tirare fuori storie per ognuna.
Lo farò.
Liberi di leggere o liberi di guardare solamente.
Sono grato a questa plasticosa macchina e di riflesso a chi l’ha tirata fuori dal cilindro per avermi tirato fuori emozioni da fissare in pellicola. Capita raramente di fissare le emozioni, mi capita spesso involontariamente o per tentativi.
Qui è tutto voluto, in alcune foto sono riuscito a tirare fuori ciò che volevo veramente.
Comincio e mi dilungo come solo a me piace fare, vi sfido ad arrivare fino alla fine e vi invito a scrivere, commentare.

Questa è semplicemente una macchina strapiena di fango.
Questa è semplicemente una macchina strapiena di fango in una buca o.
Immaginate 20 anni in un paese di 1200 abitanti, immaginate che il paese di fianco sia solamente di 400 abitanti (ora ho più amici io su facebook). Vi ritrovate un pomeriggio in mezzo a un campo, davanti al quale siete passati forse mille volte.
Rapido calcolo, ci siete passati per almeno 8 anni per la scuola 6 giorni alla settimana 2 volte al giorno (200 giorni di scuola per 8 anni per 2 volte sono 1600 volte), sommate a queste le 3 volte al mese in bici per 10 anni (120 mesi fanno 360 volte).
Per 1960 volte siete passati davanti a un campo che adesso presenta dei buchi enormi, pozze di fango e macchine spartane che ci passano dentro.
Vi siete comunque persi qualcosa in quelle 1960 volte. Non avevate mai pensato di scavare buchi ed inondare di fango. Ma poi vediamola tutta e riferiamoci a me: io non avevo mai pensato a buchi, rally fango.
Quei 1200 e quei 400 (gli abitanti) mi avevano oppresso e schiacciato, e molte cose non le avevo capite, tipo che ci si poteva fare del lentissimo rally. Non credete che fosse una roba alla Colin Mcrea (o come si scrive) era una sfida a chi si immerdava di più o a chi riusciva a sfidare gli assurdi buchi pendenti in mezzo al nulla, il tutto più lento del passo d’uomo. Questo ha avvantaggiato il fare fotografie.
Questa manifestazione di fanghiglia è la reale creazione di una superficialità che ho, che tutti hanno (io penso di averne meno di moltissimi e averne di più di alcuni) del non aver visto che ci possono essere buchi nei campi in cui ci stanno le auto. Del non aver capito che le cose cambiano senza di me, lontano da me, dove penso ci sia il nulla.
Le cose cambiano e spesso in meglio.

Quel pomeriggio avevo la mia polo più bianca, non ero solo e mi ricordo lucidamente tutto. Non mi sono sporcato la polo bianchissima, nonostante la fanghiglia e non ho comprato, e me ne pento ancora adesso, una Nintendo64 usata (ovviamente) alla modica cifra di 15 euro, peccato.

Questo è un’altro riassunto.
La foto di prima mi raccontava di come le cose cambiano anche senza di me nei campi di “meglia”, questa racconta di come le cose che sono belle è importante che non cambino.
Qui ero ad un concerto di un gruppo con i controcazzi, loro fanno cover dei Deep Purple, e di fatto lo fanno in modo da farti preferire loro ai veri Deep Purple (si chiamano 60/70 Rock Band).
Andai a sentirli in un locale sperduto nel cuneese insieme a amici che compariranno nelle foto successive; arrivammo a concero già finito, dopo i bis, dopo le birre finite, dopo il vago odore di sudore dei locali durante i concerti fighi d’inverno; anzi l’odore di sudore forse era ancora rimasto.
Molti mesi dopo questo tentativo e alcuni mesi dopo essermi spostato nella capitale sabauda motivi studio, andai a sentirli in un locale che era a due passi da casa (dalla casa a Torino). Leggenda vuole che annoiato dal venerdì (o era giovedì?) in casa decisi di uscire a scoprire questo locale. Da solo.
Andare al pub da solo è un’esperienza straniante, se possibile evitate. Amando molto la musica dal vivo ho ripetuto quest’esperienza alcune volte.
Quella volta in quel locale c’era un gruppo cover di Vinicio Capossela. Io amo Vinicio Capossela (forse non lo amavo ancora tantissimo e quel concerto me lo ha fatto amare veramente). Preso il volantino del locale ho scoperto che qualche settimana dopo ci sarebbero stati i 60/70.
Andai di nuovo a sentirli da solo (il mio coninquilino mi paccò all’ultimo, infame); come un cane.
Ero io in un tavolino, una birra e il posto vuoto (il posto vuoto era occupato dalla mia attuale, allora futura, fidanzata; non lo occupava fisicamente ma immaginariamente, c’era Andrea immaginaria con me al tavolino; potete capire quanta tristezza possa produrre quest’immagine).
Birra e posto vuoto ma la musica era veramente qualcosa di unico e inondante. Uno spettacolo da assaporare e portarsi dietro; mostri musicali e timpani rotti dopo il concerto.
Quella sera ho bevuto la birra alla mia libertà di fare la mia vita; uscire a celebrarla in quel modo è stato perfetto.
Quella sera lì, in quel locale li, a Torino c’erano 2-3 persone del paese in cui abitavo con il quale ho scambiato 4 parole (più di quante ne avessi scambiate fino ad allora per 20 anni in paese).
Li ho risentiti, se ricordo bene, ancora un’altra volta da solo e poi sono tornato qualche mese fa, di nuovo da solo, un Venerdì.
Sempre nuove emozioni, questa volta fissate su pellicola. Il locale era strapieno e io mi vergognavo di come ero vestito male. Ad un certo punto ho avuto un caldo infernale e mi sono dovuto comprare la maglietta del gruppo o non avrei potuto levarmi la felpa del perché sotto avevo una specie di canotta orribile.
Ero di nuovo io con la birra.

Questa invece è la prima di una serie di due foto.
Questo è uno dei più grandi concerti a cui ho partecipato ed uno dei più bei regali che io abbia mai ricevuto.
Queste foto (l’altra è quella sotto) sono state scattate il 16 Ottobre al Mediolanum Forum di Milano.
Queste foto raccontano che si può arrivare sempre più in là, senza limiti, che si deve arrivare sempre più in la.
Quella sera siamo partiti, io e la ragazza degli occhi azzurri che qui compare spesso (quella immaginaria del concerto citato sopra), in auto in direzione Milano cioè Assago senza esserci mai andati; viaggio in auto con tanto traffico. Dopo qualche ora arrivati ad Assago ci siamo imballati in una coda all’uscita verso il Mediolanum Forum, poi i parcheggi e altra coda e poi finalmente siamo entrati, in quel momento il gruppo spalla aveva appena finito di suonare.
Mentre gli occhi azzurri passavano in bagno io aspettavo in un corridoio in mezzo all’andirivieni. Lì ho visto passare un certo Nikki di Tropical Pizza (Radio Deejay) che proprio il pomeriggio l’altro Alessandro di Iso400 ascoltava (ovviamente ascoltavo anche io perché ero nella stessa stanza e perché ha parlato un sacco del concerto dei Tenacius D della serata). Ho salutato Nikki che ha risposto calorosamente ma poi sono arrivati 2 tipi con cui ha parlato e non mi ha più cagato. Uno dei 2 tipi era J-Ax degli Articolo 31, non mi sono osato dire nulla, anche perché tentava di nascondersi il più possibile.
Dopo questi incontri vip saliamo alle gradinate e ci parcheggiamo in un posto libero, un po’ piccolo per le mie ginocchia, ma molto dignitoso e tranquillo.
E da li ci siamo goduti uno spettacolo veramente Rock.
Effettivamente non ho parole per descrivere il mio apprezzamento verso quello show studiato in ogni sua parte; non so che dire per quei 2 uomini di spettacolo e per un gruppo mostruosamente bravo che per 2 ore circa hanno trasportato (quante erano 20.000? di più?) tutti quanti. Questi sono gli artisti di questo tempo, sono i mostri contemporanei.
Queste due foto le farò stampare e le farò ingrandire, questi panorami raccolgono 2 momenti del concerto, raccolgono moltissime persone (forse ci sei tu che stai leggendo ora tra quelle teste).
Questa è l’unica foto possibile in grado di abbracciare quell’emozione e di raccogliere il momento panoramico che ci si apriva davanti agli occhi.

In queste ultime due foto sono ritratte le cose apprezzo di più al mondo, le persone che mi piacciono. Tutti abbiamo persone che ci piacciono, in questa foto ci sono 4 miei amici e una mia fidanzata (di fidanzata ne ho solamente una anche al di fuori di queste fotografie). Perché per un uomo una vita senza altre persone che ci piacciono è noiosa. (Anche una vita passata solo con altre persone e senza imparare la gioia nei momenti di solitudine o nei momenti senza compagnia è noiosa ma in questo caso celebriamo le altre persone(che ci piacciono)).
Le persone con cui camminare per la vita sono delle fabbriche di tempo, il tempo passato in compagnia in modo emozionante è un tempo fabbricato, non sprecato, è investito in produzione altro tempo. Le emozioni creano il tempo e le altre persone possono creare emozioni per cui anche le altre persone possono creare il tempo.
I ricordi sono somma di tempo al tempo già passato, sono creazione di nicchie di spazio temporale in più nell’esistenza e nel proprio tempo finito.
Queste foto mi ricordano come un pomeriggio abbiamo deciso di andare a creare fotografie quindi ricordi, quindi tempo; tra gioia e cazzeggio meglio assai ce la siamo passata buona per qualche ora.
Siamo andati in un parco a Torino che ti fa sembrare di non essere a Torino.
E’ di media misura, quindi non enorme ed infinito ma finito e rassicurante, curato, particolare; non si vede la strada quando ci sei dentro e non ci sono molte persone che lo frequentano.
Io scattavo le foto e loro si sono vestiti con cose strane random e ne siamo usciti vittoriosi.
La foto sopra li rappresenta sorridenti, la foto sotto è un’altra enorme emozione.
La foto sotto è riuscita esattamente come volevo (è una delle poche doppie esposizioni che ho scattato dato che di solito mi piace poco questa tecnica).
La foto sotto tira fuori emozione, oltre la tecnica.
La foto sotto è una di quelle che direi “vorrei aver scattato io” e infatti l’ho scattata io.
Stamperò ingigantita anche questa.

Qui si conclude la terza parte dei racconti con la Sprocket in cui ho provato a raccontare e condividere un po’ di quello che io leggo in queste fotografie.
 

Alessandro Lannocca

Nasce a Saluzzo ma ora vive un po' a Polonghera e un po' a Cuneo, dove lavora e studia. Incontra la fotografia analogica in uno splendido corso durante l’inverno del 2008 passato a Madrid (in Erasmus) col prof. Guillermo, in cui ha l’occasione di sperimentare pellicole, liquidi ed ingranditori. Da allora scatta, stampa, scrive.

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