Riflessioni

Potrei farla anche io!

“Ah, anche io ho una macchina fotografica ma non sono un granché a fare le foto!”

Quante volte, dopo aver affermato di scattare, vi siete sentiti rispondere con questa frase?
Per quanto mi riguarda credo di non essere in grado di contarle tutte.
Purtroppo, queste, sono parole che, in questa esatta sequenza e con una precisa cadenza vocale (che ho ben in testa), risultano parecchio banali e fastidiose, come a dire: “ho lo strumento ma, chissà come mai, non mi riesce troppo bene utilizzarlo”.

Quando dico di essere un appassionato di fotografia mi sento rispondere in questo modo, ma, chissà perché, quando qualcuno, di contro, mi dice che dipinge, scolpisce, scrive, recita, canta o suona non mi viene spontaneo replicare alla stessa maniera, eppure in casa ho anch’io tempere e pennelli, fogli e penne, chitarre e scalpelli.

Quindi, perché in altri ambiti non viene così naturale pensare che lo strumento da solo possa fare la differenza e che possa fare tutto lui?

Chiaramente sono ben consapevole che la fotografia sia un mezzo espressivo attraverso cui il fotografo preleva, col suo dispositivo, una porzione di realtà, dunque di un qualcosa che già esisteva.
Il fotografo non inventa nulla, usa “solo” le sue abilità tecnico-visive per portare a termine il prelievo nel modo più esaustivo possibile.
Ma questo non è poi così diverso dallo scrivere, recitare, cantare, ballare; e allora, se sì è consapevoli della sua complessità, perché inconsciamente si tende a sminuire così il mezzo?

Una tesi credo di averla.
Mi sono accorto proprio ora che, scrivendo il paragrafo precedente, ho utilizzato in maniera impropria il termine “fotografo” e questo ci porta già ad una parziale soluzione al problema.
Infatti, consultando il dizionario, la definizione attribuitagli è: “chi fa fotografie, in particolare chi le fa per professione”, per cui fotografo non è colui che fa fotografie per professione, ma colui che le fa, indipendentemente dal fine.
Quindi per la lingua italiana non bisogna avere nessuna abilità per premere quel pulsante, che alla fine è vero – oggi come non mai – non serve nessuna competenza per poterlo fare, sta poi al nostro gusto estetico entrare in gioco e stabilire la validità del prodotto finale.

Ed ecco che si presenta l’altra questione: il buon gusto.
Questo non si insegna, non si tramanda, non si compra, non si vende. Lo si coltiva.
Come?
Probabilmente osservando e creandosi una cultura fotografica con “quelle sotto”, ma quelle grosse però.
La cultura, si sa, è un territorio vasto, vastissimo, dove chiunque ha sempre da imparare, anche dopo decenni.

Quindi se la media della popolazione sa a grandi linee chi furono Picasso, Van Gogh, Vermeer, Brunelleschi, Vasari, Giacometti, Leonardo da Vinci, Chagall, Tiziano, Michelangelo, Donatello – e potrei continuare all’infinito – ed è consapevole dello studio, dell’intelletto e dell’inventinva necessari anche solo per immaginare ciò che loro hanno realizzato, perché questo non accade in fotografia con le opere dei grandi Maestri?

La risposta credo stia nel decifit di cultura fotografica.
Quanti di voi hanno fatto storia dell’arte alle medie e alle superiori?
Quanti di voi invece hanno fatto storia della fotografia?

Ecco.

Nicolò Panzeri

23 anni, nato e cresciuto a pochi chilometri da Milano, da poco studente di fotografia alla Fondazione Marangoni di Firenze.

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Comments (2)

  1. Prima di tutto ho visto le tue foto, complimenti.
    Il tuo intervento solleva e suggerisce questioni molto interessanti, sicuramente una storia della fotografia aiuterebbe a capire cosa è stato, ma soprattutto quanto ancora dobbiamo fare.
    Più che di storia però, la questione a parere mio è l’educazione all’immagine, uno studio inizialmente più fenomenologico, cominciamo dalla “genesi” ad esempio.
    Noi stessi dalle scuole dell’obbligo studiamo su libri e supporti fatti interamente d’immagini visive, che siano esse fotografie, scrittura e quant’altro, e non ci rendiamo conto il movimento e la mutazione che compie un oggetto o luogo che viene trasportato in piccolo formato su un libro.
    La questione della fotografia è cosa assai complessa, sia per la sua duttilità che oggi per cosa usata è suo limite, ed è per questo che tutti tendono a semplificarla, ci si ferma al primo velo.
    La fotografia invece a parere mio o la sua immagine sensibile ovvero ciò che noi percepiamo e riconosciamo giace nella sua stratificazione.
    La superficie, l’emulsione, il suo supporto formano un corpo che si dona alla visione dello spettatore, la potenza della fotografia è che chiede costantemente di essere guardata instaurando un rapporto con lo spettatore (non a caso il cinema nasce da qui).
    Ma la visione della fotografia è costituita da accordi tra ciò che manca, e quello che è presente, i suoi errori imprevedibili e non, le viste mancate e quelle ricercate, il fallimento e la sua riuscita, per questo è materia complessa, poiché guarda da entrambe le parti senza essere nessuna delle due, risiede fra le cose, fra noi e il mondo, è un click, ma è la nostra locazione,intendo proprio contratto, sia per stipulazione che per contrazione con il mondo.
    Questo per dire, che esiste fotografia e fotografia, come esiste cinema e cinema o scrittura e scrittura, ciò che le smuove a parere mio è una differente ricerca dell’immagine, o necessità, che non è la ricerca del bieco temino scolastico o concorsino ma è qualcosa di differente.
    Forse sono uscito dalla questione da te sollevata, ma credo che il deficit sia proprio nella creazione dell’immagine stessa, nella sua poca complessità odierna.
    Tutto diventa istantaneo “click!”, la distanza fra le cose si riduce e diviene di semplice comprensione e questo non può che portare alla generazione di immagini ancora più semplici e di poca cosa che ci bombardano ogni giorno.
    Sono sollevato che tu sia un mio coetaneo e che senta il bisogno di sollevare questioni che secondo me sono di importanza maggiore oggi per l’avanzamento della fotografia e non del suo strumento.

    Un saluto e ancora complimenti per le fotografie.

    1. Caro Emanuele,
      grazie anche solo per il tempo speso a leggere le mie parole, un rigraziamento ulteriore va alle parole spese per commentarlo.

      Secondo me quello che dici ha in parte senso, chiaramente scrivendoci un articolo a riguardo si rischierebbe di parlare di aria fritta per intere pagine senza giungere ad una conclusione (forse).
      Giudicare la complessità delle immagini contemporanee è compito arduo che, ahimé, non mi sento di addossarmi. Direi una marea di boiate a causa della mia poca cultura.

      Per chiarire le questione bisogna però pensare anche allo strumento utilizzato, sfido chiunque a scattare “a random” con una medio formato, diverso sarebbe il discorso avendo un telefonino tra le mani, ma qui, ci si può riallacciare al tuo discorso, dicendo che comunque il fine dell’immagine nel 99% dei casi sarebbe differente.
      Vero è anche che sono talmente tante le immagini scattate coi telefonini che, vuoi oggi vuoi domani, il nostro occhio viene alleggerito di “immaginette”.

      Un buon allenamento per disintossicarsi da pratiche del genere, che sto adottando, è quello di girare con la macchina fotografica in mano, quindi utilizzabile in qualsiasi momento, avere una idea in testa, un progetto insomma, inquadrare, decidere i valori di scatto e non scattare.
      Ieri ho virtualmente fatto un rullo in giro per Firenze, materialmente però ho fatto una foto.
      Questo non mi rende migliore o peggiore di nessuno, sia chiaro, è un comportamento che inconsciamente ho iniziato a far mio.