Focus on

Stefano Mattia

È la volta di Stefano Mattia.

Parlaci un po’ di te.
Sono fondamentalmente un indeciso. Non ho ancora ben capito che cosa aspettarmi dalla vita, né quale sia il modo giusto per affrontarla. Ho coltivato mille passioni, dalla musica all’intelligenza artificiale, passando per la letteratura, la scrittura creativa. Che cosa ne è rimasto oggi? Un desolante cimitero di passioni effimere, scomparse prematuramente alla tenera età di.
Sorprendentemente, la mia storia con la fotografia ha avuto un corso diverso. Nata più che altro con grezzi intenti documentaristici – lavoravo all’estero e comprai una compatta digitale per mandare qualche foto a casa – si è gradualmente evoluta verso qualcosa di forte, qualcosa che ancora adesso non riesco bene a definire, una sorta di resina emotiva che permea i meccanismi arrugginiti della mia coscienza, lubrificandoli e esacerbandone la funzione. Ecco, la fotografia è per me come un catalizzatore emotivo, che mi ha permesso di conoscermi meglio, di essere un po’ più me stesso e un po’ meno il mio volantino pubblicitario.

Perchè hai scelto la fotografia analogica?
Considero la fotografia analogica un mezzo più adatto a rappresentare l’imperfezione intrinseca all’esperienza umana. La foto su pellicola è una sorta di interpretazione della realtà piuttosto che una mera riproduzione della stessa. Poi, le delicate transizioni cromatiche di una Portra NC, la grana pungente di una Tri-X 400, il fascino vagamente claustrofobico di una camera oscura, la sorpresa e l’ansia nell’esaminare un negativo appena sviluppato, sono aspetti della fotografia cui difficilmente saprei rinunciare.
La fotografia analogica porta con sé disciplina e caos. Disciplina, perché la limitata disponibilità di scatti ti obbliga a pre-visualizzare la foto prima di scattare, a conoscere e domare la luce, anziché sparare a raffica sperando di beccarne una buona. Caos perché nonostante tutto, quello che viene fuori è sempre e comunque meravigliosamente imprevedibile.

Cosa ti piace fotografare?
Le persone, gli esseri umani. Se solo fossi un po’ meno timido fermerei le persone per strada, gente comune, gente che incrocio per le strade, sulla metropolitana, sul treno per andare al lavoro, e chiederei loro di posare per me. Chiederei loro di raccontarmi la loro storia e racconterei la loro storia attraverso le fotografie. E attraverso queste storie racconterei la storia dell’umanità. Perché l’umanità è come un unico, monumentale affresco frattale: ingrandendo il particolare, focalizzandosi sul singolo essere umano, si riesce comunque a dedurne la struttura, la complessità.

Quali sono le tue macchine fotografiche?
Ne ho acquistate e vendute diverse, spesso in modo capriccioso. Mi piace sperimentare. Delle mie macchine a telemetro, quali la Minolta CLE e la Leica M6, apprezzo la discrezione, la compattezza e la sensazione di stare dentro la scena, delle macchine reflex, come la Pentax MX, apprezzo la solidità del mezzo e la grande disponibilità di obiettivi di tutte le lunghezze focali, spesso venduti per due soldi sul mercato dell’usato.
Delle mie macchine medio formato, una Yashica Mat 124G e una Bronica RF645, apprezzo gli enormi negativi e le splendide stampe che se ne ricavano. Ho anche una Lomo LC-A comprata da poco, una macchinetta divertente che all’occorrenza infilo nella tasca dei jeans, che ha sicuramente portato una ventata di spontaneità e spensieratezza alla mia esperienza fotografica.

La fotografia che ti piacerebbe fare.
Mi piacerebbe realizzare una serie fotografica che racconti una storia, una storia sulla difficoltà nell’integrarsi in una società sempre più individualista e polarizzata, una storia di battaglie quotidiane contro l’ottusità, la paura, l’ignoranza, una storia sull’alternarsi sfiancante di sconfitte e vittorie, una storia che lasci filtrare un flebile raggio di speranza, che accresca il senso di consapevolezza negli osservatori, che li renda se possibile un poco più sensibili e disponibili.

Hai un fotografo preferito?
Qualche mese fa mi sono imbattuto nel lavoro di Jacob Aue Sobol, “I, Tokio”, che mi ha particolarmente colpito e emozionato. Una serie di fotografie che ha completamente divelto i paletti estetici che avevo fino a quel momento avevo considerato inamovibili. La fotografia di Sobol è distillato di realtà pura, scevra da qualsivoglia contaminazione retorica e utilitaristica. Un lavoro intollerabilmente bello.

Una bella foto deve…
Una bella foto riesce a penetrare la coltre di fuliggine esistenziale che negli anni ci si è incrostata addosso e a intaccare direttamente le cerniere cigolanti e restie della nostra anima, scatenando il rilascio di ricordi a lungo dimenticati, di emozioni che non sapevamo di poter provare, di fantasie inconfessabili e di aspirazioni represse.

Sito web: www.stefanomattia.it
Email: info@stefanomattia.it
 

Alessandro Pancosta

Ho superato già da qualche anno i 30 anni, sono un freelance graphic designer. Dopo 9 anni passati a Torino sono tornato a vivere in Puglia, in provincia di Brindisi, nel mio amato Salento. Mi sono avvicinato alla fotografia circa 6 anni fa, ma da 3 anni scatto prevalentemente in analogico.

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