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Maria Palmieri

È la volta di Maria Palmieri.

Parlaci un po’ di te.
Beh, sono una ragazza di quasi 28 anni, e vivo a Foggia, una città del sud di una tristezza immane, nonostante il sole accecante. È una città umile. Il paesaggio che mi circonda ha plasmato molto le sensazioni che tento di rendere su pellicola… Quella malinconia che si prova guardando le vecchie foto scolorite dei genitori, data dal ricordo di un tempo passato, spesso mai vissuto, di passeggiate tra i campi di grano che intramezzano le periferie sporche, dall’edilizia massificata. Ma anche la voglia di rompere lo status quo, di sognare ad occhi aperti,di esplodere e sbocciare.
Cerco spesso di coinvolgere le persone nella passione per la fotografia, perché aiuta molto a conoscere se stessi, a non perdersi, a vedere la bellezza anche dove non sembra che essa possa mai manifestarsi.
Sono fondamentalmente una persona timida e odio il chiasso, mi mette a disagio (a meno che non si tratti di concerti rock e metal!). Adoro, invece, le situazioni confidenziali, lì viene fuori la mia vera personalità, la mia vena di pazzia.

Perché hai scelto la fotografia analogica?
Ho iniziato con la fotografia analogica, come tutti quelli nati fino ai primi degli anni ’90, solo che io non l’ho mai lasciata (salvo una piccola parentesi con una compattina Fuji, anche se contemporaneamente usavo anche la Olympus Superzoom 700 XB e la Holga). Mi è sempre piaciuto scattare foto. A otto anni ho ufficialmente rubato la Zenit 122 di mio padre, che uso ancora adesso. Scattavo le foto delle vacanze, facevo scherzi ai compagni di scuola. Il più bello: ritagliai con del cartoncino nero dei dischi volanti che attaccai dietro il vetro del balcone della mia camera. Messa a fuoco su infinito, quindi fuori fuoco i dischi e nuvole nitidissime. Risultato: ho visto gli ufo! Molti ci cascarono. A parte gli scherzi, solo l’analogico aggiunge poesia alle immagini.
Il digitale è buono per lavorarci, ok, ma non è poetico. Non può riuscirci neanche coi filtri in postproduzione, che sanno solo di plastica. È come mangiare la mozzarella made in USA. È finta, non ti comunica nulla, non ti emoziona. E io cerco proprio le emozioni. Ho bisogno della fotografia analogica per esprimerle. Di solito scatto in modo spontaneo o con un’idea molto vaga di ciò che vorrei comunicare. Con l’analogico l’idea prende forma da sé, la pellicola ti capisce alla perfezione.
E poi vuoi mettere il bello dell’attesa, del risultato inaspettato, la voglia di sperimentare, di giocare al piccolo chimico, di osare, fino a sfruttare anche l’usura del medium fotografico per ottenere nuovi effetti…

Cosa ti piace fotografare?
Mi piace fotografare il silenzio. Panorami mentali e persone colte nell’intimità o sovrappensiero. Meditazioni, sensazioni, visioni, sogni. E cerco di cavare sempre la bellezza da tutto, anche dal brutto, e di stupirmi di ciò.

Quali sono le tue macchine fotografiche e che pellicole utilizzi?
Sono molto affascinata dall’Est europeo e, in particolare, dalla Russia, per cui nutro una forma di feticismo verso le macchine e le ottiche sovietiche con attacco M42. Ho varie Zenit, tra cui il pazzissimo fucile Fotosnaiper. Ho da poco una Praktica MTL50, di Dresda, nata nel 1986 come me, che amo follemente (anche perché ogni volta che me la porto in giro la gente mi chiama Valentina!). Poi ne ho tante altre, di tutti i tipi. Le macchine fotografiche sono il principale motivo della mia indigenza economica hahaha! Tra queste l’imbarazzante Polaroid 600 delle Spice Girl, regalo di natale del 1997, la Fuji Instax 200, la Fed 5b, la Holga GCFN rosa, la mia prima toy camera, la Diana F+, la Diana multi-pinhole… e la smetto perché sono troppe, mi sono già dilungata abbastanza.

Uso qualunque tipo di pellicola mi passi sotto mano, di qualunque formato, con una particolare predisposizione per quelle scadute e sperimentali. Mi piace usare quelle che trovo dentro le macchinette che compro ai mercatini, quelle che trovano in cantina i miei amici. Spesso compro online o dall’amato/odiato laboratorio della mia città. Quella che uso più spesso è, comunque, la Fuji Superia 200 scaduta.

La fotografia che ti piacerebbe fare.
Vorrei realizzare un progetto che si discosti un po’ dai miei soliti soggetti. Magari una serie in stile noir, un po’ roaring twenties, un po’ memento mori vittoriano. Chissà…

Hai un fotografo preferito?
Mi piacciono tanti fotografi… I miei preferiti in assoluto sono Maestri classici come Man Ray e Rodchenko. Ultimamente mi sono fissata anche con Helmut Newton. Adoro, inoltre, Ellen Rogers (http://ellenrogers.co.uk/), una fotografa inglese, giovane e super analogica, che crea atmosfere dark lavorando con il bianco e nero e i trattamenti in camera oscura. Mi sono appassionata di recente anche alla fotografia di reportage, quella tosta, tramite la figura di Igor Kostin, che ha avuto il coraggio di documentare tutta la vicenda dell’esplosione della centrale nucleare di Cernobyl. Un grande. La fotografia non è solo immagine o tecnica, ha un lato umano imprescindibile. E lui lo ha insegnato a tutti.

Una bella foto deve…
Essere luce che si fa pensiero. Deve emozionare, sia chi la fa che chi la guarda. Deve comunicare, anche tante cose diverse e contrastanti. L’univocità non è un pregio. Mi piace quando ognuno legge un po’ di sé in una fotografia.

Sito web: flickr/misspalmieri | mariapalmieri.tumblr.com | cargocollective.com/mariapalmieri
Email: amarilli.mariapalmieri@gmail.com
 

Alessandro Pancosta

Ho superato già da qualche anno i 30 anni, sono un freelance graphic designer. Dopo 9 anni passati a Torino sono tornato a vivere in Puglia, in provincia di Brindisi, nel mio amato Salento. Mi sono avvicinato alla fotografia circa 6 anni fa, ma da 3 anni scatto prevalentemente in analogico.

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