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Lo sviluppo fai da te, la stampa della copia – Seconda parte.

Gara di macchine zozze a Faule (CN)
Ormai sono quasi sei mesi che avete preparato l’attrezzatura per stampare le vostre copie in bianco e nero.

A questo punto quindi dovreste già avere le bacinelle in posizione, l’ingranditore collegato, la stanza buia e la luce rossa accesa.

Ecco le 4 bacinelle in fila (fonte: Google immagini).

Per prima cosa piazzate il rullino nell’ingranditore centrando la foto che avete intenzione di stampare.
Come ben sapete l’immagine proiettata viene ribaltata in orizzontale e verticale quindi verificate l’orientamento prima di impressionare (se stampate una foto invertita in senso verticale basterà guardare la foto a testa in giù).
Piazzando il rullino piazzate anche un filtro di contrasto dell’intensità che più vi confà (nel caso usiate carte multigrade): io partirei con qualcosa di moderato (tipo 2 e mezzo) per poi regolarvi man mano che farete le prove.
Prima di stampare la foto intera, usando un foglio completo, raccomando di fare delle prove su striscioline di carta fotografica ritagliata. Ritagliate la carta quando siete illuminati solo dalla lampadina rossa e nient’altro.
Ricordo con chiarezza i primi esperimenti di sviluppo che feci al corso di Fotografia all’Università di Madrid. Siccome avevo capito poco avevo subito cominciato a stampare su carta intera le prove per poi farle vedere al tecnico del laboratorio, che per l’occasione mi fece un bel “culo” (o paiolo, come preferite) dicendo che avrei dovuto assolutamente nascondere quelle prove fatte su carta intera, sprecando materiale, al professore. Non feci mai più prove su carta intera.
Le variabili da tenere a mente per le prove sono i secondi di esposizione e l’apertura del diaframma, e nel caso di carta multigrade il valore del filtro di contrasto. Più tempo di esposizione vuol dire meno luminosità (foto più scura); filtro più alto vuol dire più contrasto; diaframma più aperto vuol dire minore ampiezza del fuoco dell’ingranditore quindi anche più luce quindi anche meno secondi di esposizione.
Provando e riprovando troverete la quadra per stampare la foto nel modo che più vi piace.
Senza timer io mi regolo tenendo sottomano l’interruttore dell’ingranditore e “sotto orecchio” il ticchettio di un rumorosissimo orologio da parete.
Ci sono anche poi modi diversi per trovare un risultato più soddisfacente, come mascherature su parti di fotografia, quindi un’esposizione differenziata o doppie esposizioni con filtri diversi. Io ancora non ho provato nulla di tutto questo.


Foto scattata alla mostra “Back to the film” a Polonghera (CN)

Una volta esposta la strisciolina di carta sotto l’ingranditore è il momento di svilupparla.
La prima parte, lo sviluppo, è la parte “magica”: quella che a mio parere ha contribuito al successo dell’arte della fotografia analogica e della fotografia in generale; la “magia” dell’immagine catturata e fissata su un supporto cartaceo, la “magia” di fermare i ricordi ed il tempo rendendo concreti quei segnali che corrono nell’aria, quelle onde-particelle di luce, che entrano nell’occhio e finiscono su retina e poi nel cervello.
Quella luce, nel momento in cui lanciate la carta esposta nella prima bacinella, prende vita sotto i vostri occhi, le reazioni chimiche faranno apparire piano piano quello che voi avete immortalato qualche tempo prima.
Sono 10-20 secondi molto emozionanti, io mi diverto sempre.
Il resto dello sviluppo decisamente non è all’altezza di quelle emozioni.

Dopo aver tenuto per il tempo necessario il pezzo di carta nello sviluppo lo passo nella seconda bacinella piena di acqua e un tappo di aceto. Generalmente 30-50 secondi. (Alcuni non fanno questo bagno di arresto, alcuni non lo fanno sicuramente con l’aceto, io lo faccio così perché mi è stato insegnato e finora, empiricamente, ha sempre funzionato tutto discretamente bene.)

Dopo l’arresto il fissaggio; di solito anche qui una sessantina di secondi (per i tempi, come ho già avuto occasione di dire, i prodotti hanno tutte le indicazioni precise necessarie).

Dopo il fissaggio metto tutto in una bacinella con acqua e un pizzico di detersivo per piatti, in modo che si fermino tutti i processi chimici in atto.

Dopo aver trovato la quadra sui tempi sviluppo nello stesso modo la fotografia “intera”.

Un utile lavoro che ho fatto ultimamente prima di stampare i negativi è stato quello dei provini a contatto su carta. In questo modo, seppur a dimensione negativo, ho potuto poi avere sott’occhio in anteprima tutte le immagini scattate contenute nel rullino per decidere poi cosa (e come) stampare. In questo caso basta appoggiare i rullini sulla carta e esporre alla luce senza filtri dell’ingranditore (f 8 per 9-10 secondi per ciò che mi riguarda). Per questa operazione sarebbe necessario un provinatore (o un marginatore? Boh) che tenga ferme e dritte le pellicole sopra la carta. Siccome a me piace risparmiare ho preso una cornice molto alla buona (spesa: sotto i 3 euro) e la uso per bloccare carta e pellicole, faccio un “panino fotografico”: sotto il microcompensato della cornice, poi la carta, poi le pellicole (nella giusta direzione) poi il vetro. Inutile dire che il vetro ormai è pieno di ditate (sarebbe ottimale lavorare sempre con i guanti di stoffa).


Provini su carta fotografica (quello in basso a destra è il mio dito)

La parte più noiosa arriva a fine sessione, dopo che avete stampato tutto quello che vi andava di stampare vi tocca mettere in ordine e lavare tutto. Io lavo tutto col solito detersivo per piatti, comprese le foto (ultimamente ho cominciato a passarle come ultimo lavaggio nel liquido imbibente -un tappino per una vaschetta- per evitare eventuale calcare e residui). Recupero sempre i liquidi di sviluppo e il fissaggio (l’acqua e l’aceto li lascio al lavandino) e di volta in volta integro con un po’ di “miscela” nuova.
I liquidi veramente esauriti (vedi lo sviluppo quando è completamente ossidato) non li scarico nel lavandino ma li conservo e li porto all’isola ecologica, non me la sento di uccidere flora e fauna per le mie fotografie.

Dopo aver lavato le fotografie vanno asciugate, magari appese ad un filo a stendere, proprio come i panni. Se avete soldi da spendere prendete una bella seccatrice per evitare questa bella seccatura (ba dum tsss….), infilate la carta bagnata e lavata da una parte, esce asciutta e perfetta dall’altra; anche perché alcuni tipi di carta, una volta appesi, si asciugano accartocciandosi tantissimo e voi sarete costretti a lasciarli mesi sotto pile di libri per poterli rendere accettabili.

E con questo concludo questa breve serie sullo sviluppo fai da te, in questi mesi a periodi alterni ho sperimentato nella mia personale e disordinata camera oscura quello che ho raccontato; continuerò e ci sarà sicuramente l’occasione per approfondire o continuare a parlare di sviluppo fai da te.


La gatta Muffin si rilassa

Nel frattempo se qualcuno di Torino-Cuneo e dintorni ha il forte desiderio di fare un giro in camera oscura e provare qualcosa che forse non ha mai avuto l’opportunità di fare mi contatti qui via mail: alessandro.lannocca@iso400.it, su Facebook o dove altro crede e riesce a trovarmi; raccomando sempre cortesia e gentilezza che muovono in me disponibilità.

Buono sviluppo a tutti!
 

Alessandro Lannocca

Nasce a Saluzzo ma ora vive un po' a Polonghera e un po' a Cuneo, dove lavora e studia. Incontra la fotografia analogica in uno splendido corso durante l’inverno del 2008 passato a Madrid (in Erasmus) col prof. Guillermo, in cui ha l’occasione di sperimentare pellicole, liquidi ed ingranditori. Da allora scatta, stampa, scrive.

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