Interviste

Federica De Meo e la sperimentazione

Secondo me un’intervista, così come una mostra fotografica, non dovrebbe partire dalla biografia dell’Autore o dai suoi intenti progettuali, bensì dalle immagini.

Assodato questo studiate le immagini, tirate le vostre conclusioni (ad esempio su chi possa essere il suo esecutore) e finita la mini-selezione fotografica partiamo con l’intervista vera e propria.
Buona visione!

Federica De Meo 1
17.04.2014 (I destroyed again myself)

Federica De Meo 2
17.04.2014 (I destroyed again myself)

Federica de Meo 4
Contaminazione #1

Federica de Meo 3
Contaminazione #7

Federica de Meo 5
Rimozioni – 06.04.2012

Federica de Meo 6
Rimozioni – 08.08.2008

Federica de Meo 7
Rimozioni – 28.07.2008

Ciao Federica eccoci qua.
Descriviti in poche parole senza tralasciare quale sia la tua formazione artistica e come ti sia avvicinata alla fotografia.

Ciao! Prima di tutto vorrei ringraziare te e tutti coloro che leggeranno l’intervista, perché è sempre bello condividere con qualcuno ciò che si ama.
L’amore per la fotografia è nato quando ero molto piccola e ancora non sapevo bene di cosa si trattasse. Ricordo che a casa avevamo una compatta a pellicola e ogni volta che andavo in gita con la scuola, tornavo a casa con il rullino pieno di fotografie davvero singolari: pavimenti, porte, mura e così via.
Sul momento naturalmente non capivo perché facessi quelle fotografie, mi andava di farle e basta. Col senno di poi ho capito che forse già all’epoca cercavo di catturare ciò che vedevo nel mondo, quei piccoli, insignificanti dettagli che rendevano tutto particolare. Col passare degli anni ho cercato di affinare la tecnica, ma soprattutto ho cercato di capire cosa potevo ottenere da un mezzo potente come la fotografia.
In questi ultimi due anni ho conseguito la laurea magistrale in Fotografia come Linguaggio Artistico presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli e questo è stato un momento fondamentale per la mia vita artistica, perché mi ha aiutata a maturare e a capire che il concetto presente dietro una fotografia è infinitamente più importante di qualsiasi dato tecnico.

Il tuo marchio di fabbrica è senza dubbio la fotografia analogica, della quale ne fai un uso assolutamente creativo e senza ombra di dubbio originale.
Ora non voglio sapere i segreti delle tecniche che usi, ma insomma introduci me e i lettori a tale pratica.

Quello con la fotografia analogica è stato l’incontro che aspettavo da tutta la vita. Ricordo ancora la prima volta che sono stata in una camera oscura, ricordo lo stupore, la magia di quel momento. Oggi diamo tutto per scontato, fare una fotografia in digitale è semplice, bene o male lo sanno fare tutti. Quando però entri in una camera oscura, capisci che in realtà ogni fotografia è un tumulto di sensazioni. C’è una componente sensoriale data dagli odori della chimica, dal buio in cui devi imparare a vivere, dal gocciolare dei bagni quando sollevi la carta per guardare come sta venendo l’immagine. C’è l’attesa angosciante che accompagna lo sviluppo di una pellicola, il dolore quando capisci di aver sbagliato e la gioia quando invece, dopo tanto lavoro, riesci ad ottenere esattamente quello che volevi.
Ciò che certamente ha determinato la mia ricerca degli ultimi anni è stato l’aver notato che in ogni mio lavoro era sempre presente una componente di casualità. Inizialmente chiamavo questa presenza “errore fotografico”, perché si trattava di qualcosa che non avevo programmato e che avrebbe potuto rovinare l’immagine che avevo in mente. Poi però ho capito che la chimica ha una sua autonomia e che queste reazioni più o meno volute erano parte stessa della fotografia.

Contaminazioni.
Una parola dai forti presagi negativi, nonché il titolo di una serie di tuoi lavori di sperimentazione. Quali sono le tue intenzioni a riguardo?

La serie “Contaminazioni” è stato il primo passo verso il mio dialogo con la pellicola in quanto mezzo dotato di autonomia. La serie è nata nel momento in cui ho capito che potevo mettermi da parte in quanto fotografa e aiutare la pellicola ad esprimere se stessa. I primi esperimenti di questo genere non mi diedero i risultati sperati, perché contaminavo le pellicole mediante l’uso di un pennello ed era sempre presente il mio tocco, cosa che invece non volevo accadesse. È difficile creare il caos quando lo si fa coscientemente, così decisi che avrei dovuto annullare anche i miei sensi, per essere del tutto ignara di ciò che stava accadendo. Solamente a quel punto ottenni ciò che desideravo: la casualità assoluta.

A livello visivo le tue immagini mi trasmettono un grandissimo senso di angoscia, di solitudine, quasi come se anche nella realtà la carne fosse lavata via dagli acidi, cancellata per sempre.
In cui le ossa si fratturano sotto il peso del mondo.
Questo è quello che percepisco con la serie “Rimozioni”, è come se ogni ricordo felice che hai impresso sul negativo, venisse poi cancellato dal tuo intervento sul negativo stesso.
È così? Vuoi aggiungere qualcosa che non ho colto o che ho colto in maniera errata?

Direi che hai colto in pieno il concetto che vive alla base delle mie “Rimozioni” e questo non può farmi che piacere. Mentre portavo avanti la mia ricerca sulle “Contaminazioni”, mi resi conto che quel punto doveva necessariamente essere superato. Il mio obiettivo all’epoca era di stabilire un rapporto con la chimica, capirne le potenzialità per poi poter affiancare alle mie esigenze l’autonomia di cui parlavo prima.
Questa mia ricerca è coincisa con un periodo molto negativo per la mia vita, in cui ho avuto la necessità di liberarmi da un grande dolore. Decisi di combattere questo male con l’unica cosa che conoscevo: la fotografia.
Chi vive di fotografia vive di immagini, le divora ogni istante della propria vita e quindi, per distruggere questo dolore, avevo bisogno di distruggere le immagini. La chimica e la casualità sono venute ancora una volta in mio soccorso, dandomi la forza di superare questo grande male.
“Rimozioni” è stato di sicuro il lavoro più difficile di tutta la mia vita, ha coinvolto ogni parte di me per quasi un anno.
Dietro questo lavoro c’è stato un grande malessere, c’è stato dolore fisico dato dalla manipolazione stessa, a causa della quale più volte mi sono ferita le mani, c’è stata lotta con me stessa, perché una parte di me non voleva distruggere quei negativi, ma laddove non bastava la mia volontà, interveniva la casualità data dal fatto che ancora una volta non vedevo ciò che stavo facendo. È esattamente come hai detto tu, attraverso la violenza della distruzione ho lavato la carne.

Inoltre può sembrare banale come domanda, ma vuol essere tutt’altro; vorrei capire il tuo rapporto con la fotografia, come la vivi?
È più terapeutica o generatrice di nuove ansie?
Ti fa stare bene emotivamente o ti crea stati d’animo difficili da gestire?
Infine, riguardando i tuoi lavori, non provi mai paura per l’intensità delle immagini che hai prodotto?

Mi fa sorridere questa domanda, perché in effetti hai toccato un tasto molto dolente.
Per me la fotografia è insieme tutte le cose che hai detto. È terapeutica, come è risultato evidente con “Rimozioni”, ma al contempo genera in me una costante ansia. Il nostro è un rapporto strano, quando fotografo mi sento invincibile e percepisco tutto l’amore che provo nei suoi confronti, subito dopo però inizio ad odiarla dal profondo, mi genera ansia e un grande stato di malessere. Inizialmente mi sentivo a disagio a causa di questa mia dualità, ma ora ho accettato questo nostro rapporto e so bene che dopo ogni momento di odio ne arriva uno infinitamente più forte di amore.
Per quanto riguarda i miei lavori, purtroppo sono molto critica verso me stessa e questo genera nei loro confronti lo stesso rapporto di odio/amore di cui sopra. Ho provato spesso paura rispetto alle mie fotografie, credo che questa cosa non cambierà mai e forse non è un fattore negativo, perché significa che riverso in loro tante emozioni che spero possano poi essere colte da chi le osserva. Se una fotografia non genera emozioni, positive o negative, in chi la crea, perché mai dovrebbe generarle in chi la osserva?

Hai dei progetti a cui vorresti lavorare o a cui stai lavorando attualmente?
Attualmente ho un progetto in mente, ma non mi trovo ancora nella condizione emotiva per realizzarlo, per cui attenderò con pazienza che giunga il momento giusto.

Mi viene difficile pensare a delle influenze, ma c’è qualche Autore che ti ha ispirata in maniera netta o anche solo collaterale?
Certamente, sono stata in qualche modo ispirata da molti artisti nell’arco della mia vita. Probabilmente ce ne sono tre che mi hanno dato un po’ in più rispetto agli altri, perché ho trovato in loro una grande affinità con ciò che avevo dentro e che avevo bisogno di tirare fuori.
Un elemento costantemente presente, salvo alcuni casi, nei miei lavori è quello della memoria. Christian Boltanski ha lavorato moltissimo sulla memoria ed è stato certamente uno dei miei primi grandi ispiratori in questo senso.
Poi c’è Nan Goldin, artista che ho sempre profondamente ammirato per la potenza espressiva ed emozionale delle sue immagini, la cui crudezza è un vero e proprio pugno nello stomaco.
Quando ho iniziato a mettere in gioco la mia interiorità in maniera brutale, mi sono sentita molto vicina al mondo che lei racconta tramite le sue fotografie. Infine c’è Joel-Peter Witkin, uno degli artisti che più amo e che mi ha sempre ispirata, sebbene le nostre immagini siano profondamente diverse. Ciò che mi ha sempre affascinato delle sue opere è la sensazione di angoscia che le pervade, quella grottesca aura di male che mi affascina e mi inorridisce.

Qui la sua pagina Facebook.

Nicolò Panzeri

23 anni, nato e cresciuto a pochi chilometri da Milano, da poco studente di fotografia alla Fondazione Marangoni di Firenze.

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