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Alessandro Bocchi

È la volta di Alessandro Bocchi.

Parlaci un po’ di te.
Sono nato a Mirandola in provincia di Modena nel 1970. Adesso abito a Padova ormai da una decina d’anni. Il mio primo ricordo relativo alla fotografia risale a quando ero piccolo, 5 o 6 anni e mio zio mi portava con lui in camera oscura. Mi ha sempre stregato quella cosa. Ma per tantissimi anni la credevo impossibile, inarrivabile. Le prime foto le ho scattate a 12 anni. Mi ricordo perfettamente ero al mare con un gruppo di ragazzi e ragazze. Ai bordi di una piscina fotografavo le mie amiche con la macchina di mio padre. Quello è stato il momento in cui mi sono sentito un fotografo. Adesso a tanti anni di distanza non mi definisco più tale. Al massimo apprendista fotografo.

Perché hai scelto la fotografia analogica?
La fotografia analogica o meglio la fotografia alternativa è stata per me una rinascita fotografica. Grandissimo appassionato di informatica di cui poi ho fatto il mio mestiere ho preso subito in considerazione tutte le potenzialità della fotografia digitale. Già nei primi anni 90 usavo una macchina digitale della Logitech che scattava foto minuscole in 256 tonalità di grigio, e poi la Sony Mavica che registrava le immagini su floppy disk da 1.44 Mb. Sono stato un vero precursore del digitale, ma altrettanto in fretta l’ho abbandonato a favore delle fotocamere medio formato prima e grande formato successivamente.
La fotografia analogica mi ha fatto riscoprire il piacere di scattare foto, di lavorare non solo con gli occhi ma anche con le mani. Un corso di camera oscura a cui ho partecipato pochissimi anni fa mi ha catapultato in un mondo che non conoscevo ma che avevo idealizzato sin da piccolo.

Cosa ti piace fotografare?
Inizialmente il National Geographic era il mio riferimento la mia bibbia. Per anni ho cercato invano di fotografare come vedevo le foto sulle pagine della gloriosa rivista. Mi immaginavo la foto che stavo facendo già stampata sulla pagina patinata. E ogni inquadratura mi domandavo se poteva essere all’altezza della rivista. Ero ingenuo, inesperto, sognatore. Adesso le mie foto sono per lo più ritratti. Le persone, i volti, l’ambiente dove vivono le cose che fanno, le loro vite, le loro passioni. Le macchine che uso adesso mi hanno aiutato ad avvicinarmi alle persone. La mia è una fotografia lenta, mai rubata, stabilisco sempre una relazione con il soggetto. Sono convinto che il ritratto è frutto di una collaborazione fra fotografo e soggetto. Bisogna stabilire un contatto ed una certa sintonia.

Quali sono le tue macchine fotografiche e che pellicole utilizzi?
Tralasciando una lunghissima lista di Nikon che ho venduto, le macchine che utilizzo oggi sono delle medio formato giapponesi. Ho scelto le Mamiya perché sono ottime macchine solide robuste con una gamma di lenti ed accessori infinita. Una di quelle che ho utilizzato di più e a cui sono più affezionato è la Mamiya C330, una biottica economica ma con ottiche intercambiabili ed altre soluzioni tecniche davvero ineguagliate. Altra macchina che adoro è la Mamiya RB-67. Un vero carro armato. Tutta di metallo, indistruttibile. Formato 6×7 con magazzini intercambiabili per utilizzare anche dorsi polaroid e chassis 6×9.
Negli ultimi tempi pero la mia vera passione è il grande formato. La macchina che ho nella mia borsa adesso è una Toyo 45 AII, una folding che una volta richiusa occupa pochissimo spazio. Con questo genere di macchine presto ci si rende conto che tutto può essere usato come obbiettivo. Dal foro stenopeico a obbiettivi recuperati da altre macchine, lenti storiche antiche come i vari Petzval. La mia ottica preferita e più pregiata è un Voigtlander Heliar da 210 mm f4.5. Un obbiettivo del 1918 molto luminoso e nitido e capace di uno sfocato meraviglioso. Riguardo alle pellicole beh diciamo che non uso la pellicola molto spesso. Quello che uso il più delle volte è la carta a sviluppo diretto positivo, ahimè ormai introvabile. Si tratta di scattare foto direttamente su dei fogli di carta baritata che verranno poi sviluppati come fossero comuni stampe in bianco e nero. Per me, inizialmente, era il metodo più veloce per avere una fotografia stampata su carta quindi mi sono approcciato a questo materiale cosi un po’ per scherzo ma poi ho avuto modo di conoscere le sue proprietà e di impararle ad apprezzare, ho combattuto con i suoi difetti e ho goduto dei suoi pregi. Parlare della carta diretta positiva richiederebbe molto tempo e spazio ma se ci dovesse essere l’interesse magari potrei approfondire il discorso. Altri materiali sensibili che uso sono i negativi di carta. Cioè uso la normale carta da stampa per ottenere un negativo di carta. Ma anche le istantanee della Fuji, le pellicole FP-100 a colori ed anche le FP-3000 in bianco e nero. Per la pellicola vera e propria non ho ancora individuato una mia pellicola preferita. Nel grande formato sono tutte molto belle. Ma diciamo che simpatizzo molto per la Ilford FP-4.

La fotografia che ti piacerebbe fare.
Mi piacerebbe arrivare a saper gestire bene oltre alla fotografia intesa come soggetto composizione ed inquadratura, anche tutto quello che concerne lo sviluppo della medesima a regola d’arte per non parlare della stampa della medesima. Riguardo alla fotografia che mi piacerebbe fare beh non ho ambizioni di voler fotografare un personaggio famoso, una modella stupenda. La realtà. Riuscire a catturare l’essenza di una persona qualunque. Anche di un estraneo, di uno sconosciuto, riuscire a far luce con una singola foto sul suo mondo interiore, una foto che racconti di lui chi è cosa fa, che susciti a chi osserva la foto, altrettante domande.

Hai un fotografo preferito?
Adoro la storia della fotografia e le opere dei grandi fotografi tanto quanto il fatto di andare io a fare foto. Penso che i fotografi del passato abbiano tutto da insegnarci. Erano moderni, innovativi, geniali, audaci. Se devo fare una lista metterei sicuramente Avedon, ma anche la Woodman e la Arbus. Metterei sicuramente Ansel Adams, Sally Mann ed Helmut Newton. Al momento mi vengono in mente loro ma sicuramente la lista sarebbe lunghissima.

Una bella foto deve…
Ansel Adams diceva che una foto è come una barzelletta, se la devi spiegare allora vuol dire che non l’hai saputa raccontare bene.

Sito web: flickr/bocchialessandro
Email: alessandro.bocchi@mac.com
 

Alessandro Pancosta

Ho superato già da qualche anno i 30 anni, sono un freelance graphic designer. Dopo 9 anni passati a Torino sono tornato a vivere in Puglia, in provincia di Brindisi, nel mio amato Salento. Mi sono avvicinato alla fotografia circa 6 anni fa, ma da 3 anni scatto prevalentemente in analogico.

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